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  • Putin o Trump: chi ha pronunciato queste frasi?

    Sareste in grado di riconoscere a chi appartengono queste affermazioni?

    Donald Trump e Vladimir Putin. Fonte: Reuters / Rbth

    In diverse occasioni Donald Trump è stato accusato dai propri avversari di nutrire simpatie nei confronti di Putin, guadagnandosi così il soprannome di “spia del Cremlino”. In effetti alcuni sostengono che nelle dichiarazioni dei due uomini politici vi siano molte affinità. Provate a indovinare quali frasi sono state pronunciate dal Presidente russo e quali dal candidato alla presidenza degli Stati Uniti. 

    *le frasi di Putin sono tratte dal volume di Natalya Gevorkian, Natalya Timakova e Andrej Kolesnikov “A tu per tu con la prima autorità dello Stato. Dialoghi con Vladimir Putin” (2000), quelle di Donald Trump dai suoi libri “L’arte di fare affari” (1987) e “Come diventare ricchi” (2004).

    Per leggere la versione originale del testo cliccare qui: www.kommersant.ru

  • Il caso Dadin e l’ombra delle torture nelle carceri

    Lo scalpore dopo la lettera di un detenuto che denuncia pestaggi e minacce

    Appeso per le manette, pestato, minacciato di abusi sessuali. “Mi ammazzeranno e poi mi seppelliranno dietro la palizzata”: così si legge nella terribile lettera scritta martedì 1° novembre dall’attivista dell’opposizione Ildar Dadin, detenuto nella colonia penale di Segezha (nella Repubblica di Carelia, a oltre mille chilometri da Mosca) a cui i media hanno dato grande risalto e che ha fatto inorridire la società. “L’11 settembre 2016 sono stato pestato da 10-12 persone contemporaneamente, quattro volte nell’arco di una giornata. Mi hanno percosso sulle gambe. E dopo il terzo pestaggio mi hanno infilato la testa nello scarico del gabinetto nella mia cella d’isolamento”.

    “Il 12 settembre 2016 mi hanno ordinato di incrociare le braccia dietro la schiena e mi hanno appeso per le manette… e poi mi hanno sfilato le mutande e mi hanno detto che avrebbero fatto venire un altro prigioniero a violentarmi”. A descrivere queste torture è l’attivista dell’opposizione Ildar Dadin, il primo russo a essere stato condannato per aver reiteratamente violato le norme sulle manifestazioni pubbliche. Dadin, 34 anni, era stato processato nel dicembre 2015 e condannato a due anni e mezzo di detenzione. La sentenza aveva provocato grande clamore. E a manifestare il loro appoggio non erano stati solo i russi che vedevano in lui un “prigioniero della libertà”, ma anche semplici cittadini che consideravano quell’articolo di legge eccessivamente severo, oltre che anticostituzionale.

    Il castigo dopo il delitto: la vita dei detenuti nell’Aquila Nera

    Dalla colonia penale filtravano di rado notizie sul suo conto. Si era parlato di una denuncia alla Corte europea dei diritti dell’uomo e della probabile riapertura di un nuovo processo, ma questa nuova notizia ha sollevato un gran clamore. Dadin non ha scritto al Presidente, ma a sua moglie (la lettera l’ha dettata al suo avvocato). Nell’arco di 24 ore il caso del crudele trattamento subito da Dadin è stato preso in esame al Cremlino, gli attivisti dei movimenti per i diritti umani hanno preso d’assalto la colonia penale e organizzato dei picchetti davanti agli uffici del Servizio penitenziario federale russo mentre i funzionari indagavano sull’accaduto. Mai si era verificata una reazione così rapida, addirittura istantanea, a una pubblica denuncia, considerando che le Ong riferiscono regolarmente di casi di tortura nelle prigioni russe.

    La denuncia e l’indignazione

    Secondo Dadin, tutto ha avuto inizio dal suo primo giorno di detenzione nella colonia penale della Carelia: prima hanno sistemato a sua insaputa delle lamette, poi hanno finto di scoprirle per caso e l’hanno spedito in cella d’isolamento. “Qui è una prassi abituale… Serve a far capire ai detenuti in che razza d’inferno sono finiti”. Dadin ha reagito annunciando uno sciopero della fame. Tutti gli episodi successivi sarebbero dei tentativi messi in atto dall’amministrazione carceraria per “ridurre a più miti consigli” il detenuto.

    Quando è stata resa nota la lettera in cui venivano denunciate le torture nella colonia penale di Segezha, Tatiana Moskalkova, commissario per i diritti umani della Federazione Russa, ha dichiarato di monitorare personalmente la situazione, mentre il portavoce del Presidente, Dmitrij Peskov, ha promesso che avrebbe riferito il caso a Vladimir Putin.

    Fonti del Servizio penitenziario federale russo in un’intervista concessa al giornale Novaya Gazeta hanno ammesso il ricorso alla “forza fisica” provocato dalla reazione di Ildar che “avrebbe fatto uso di turpiloquio rifiutandosi di uscire dalla sua cella” e avrebbe aggredito le guardie. Ma il ricorso alla violenza in seguito è stato smentito. Successivamente al Servizio penitenziario federale hanno dichiarato di possedere dei filmati in cui Ildar rinnegava le sue parole sulle torture subite e anche un referto medico da cui non risultava “nessuna lesione sul corpo di Dadin”. Al contempo su alcuni media vicini al governo sono apparse foto di Dadin in “condizioni normali”. Tuttavia, ciò non ha convinto la società civile: i filmati non sono stati mostrati e anche la data delle foto pubblicate ha dato adito a dubbi.

    Un nuovo caso Magnitskij?

    Tempo fa nella stessa colonia penale ha scontato la sua pena anche l’ex capo della Yukos, Mikhail Khodorkovskij. Gli attivisti dei movimento per i diritti umani raccontano che erano state sporte altre denunce sulle condizioni dei detenuti, ma non legate all’uso della violenza. Tuttavia, come rileva Igor Kalyapin, portavoce del “Comitato contro la tortura”, quello di Ildar Dadin “potrebbe essere un caso particolare”.

    La psicologia della lista Magnitskij

    Dadin gode di molta popolarità, e in questo senso non può essere considerato un prigioniero qualunque. Forse proprio per tale motivo la blogosfera ha reagito così attivamente solo ora alle notizie circolate sul ricorso alla tortura nelle carceri. Sul caso dell’attivista dell’opposizione hanno scritto i più famosi blogger del Paese e la foto del maggiore Kossiev, direttore della colonia penale, che avrebbe partecipato ai pestaggi, è stata postata da migliaia di utenti dei social. Dadin è stato soprannominato il “nuovo Magnitskij” (dal caso dell’avvocato russo Sergej Magnitskij, morto nel 2009 nel carcere moscovita di Butyrka in circostanze sospette, ndr) ed è stata lanciata una raccolta di firme per una petizione in cui si chiede d’indagare sull’incidente e di riaprire il caso (nell’arco di due giorni sono state raccolte quasi 18mila delle 25mila firme necessarie).

    Ma ipotizzando che tali reazioni non dipendano solo dalla personalità del detenuto, si può concludere che nel Paese sia in aumento il numero dei cittadini che non restano indifferenti a questi fatti. E proprio questo potrebbe essere il fattore che ha reso possibile ciò che era inimmaginabile solo 10 anni fa, vale a dire l’immediata reazione da parte del governo, scrive Stanislav Kucher, opinionista del giornale Kommersant. Forse è diventato più difficile celare il male, o forse come osserva il giornalista Anton Orekh, nella società civile si comincia a capire che a ogni persona potrebbe capitare di finire in prigione anche senza essere colpevole”. “È questa la ragione per cui la vicenda di Ildar Dadin risulta così importante per tutti noi, nessuno escluso”, conclude Orekh.

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  • In memoria delle vittime della repressione staliniana

    Per dodici ore a Mosca è stata letta la lista delle persone uccise

    Nome, cognome, età, professione, giorno della fucilazione. E ancora, nome, cognome... Nel centro di Mosca questa cantilena risuona per dodici ore. Per dodici ore il 29 ottobre si è reso omaggio alle vittime della repressione staliniana. La manifestazione “Recuperare i nomi” si svolge ogni anno da dieci anni: i partecipanti leggono i nomi delle persone fucilate in segreto dagli anni Venti agli anni Cinquanta del Novecento. Un modo per conservare la memoria delle migliaia di ingegneri, medici, professori e operai sovietici trascinati fuori di casa all’improvviso e di cui non si è saputo più niente.

    “Lo Stato totalitario non solo assassinava la gente, ma cercava in tutti i modi di cancellare i loro nomi dalla storia, distruggendo qualsiasi cosa fosse legata a loro - commentano dall’associazione Memorial, che organizza l’evento -. Recuperare i nomi, recuperare il ricordo di queste vittime è una forma per ripudiare la dittatura, un passo verso la libertà”.

    Storie di donne nei gulag

    Nella lista figurano oltre 40.000 nomi. E durante tutti questi anni si è riusciti a leggere a voce alta solamente la metà di essi. Alla vigilia della Giornata Mondiale in Memoria delle Vittime delle repressioni politiche, la gente di riunisce a Mosca vicino alla pietra Solovetskij, il monumento in ricordo delle vittime, eretto davanti al vecchio palazzo del Kgb, oggi sede dell’Fsb.

    Quest’anno ha partecipato molta più gente rispetto all’edizione precedente. I partecipanti hanno atteso in silenzio per ore il proprio turno per leggere, per pochi secondi, i nomi scritti sulla lista. L’anno prossima la lettura dei nomi proseguirà.

    Chiusi nei loro cappotti (in questi giorni a Mosca la temperatura ha già sfiorato lo zero), i partecipanti non si sono fatti intimorire dal freddo. E hanno formato una coda silenziosa e composta, ribattezzata “la fila più significativa del pianeta”.

    Secondo l’associazione Memorial, il numero di detenuti politici nel 2016 è aumentato e oggi se ne contano circa un centinaio. Così come dice Ekaterina Mamontova, che ha preso parte alla manifestazione, sempre più gente si raduna vicino alla pietra Solovetskij per leggere la lunga lista di nomi. “Non si tratta di un semplice ricordo nei confronti delle vittime - dice -, è una forma di protesta contro la politica di Stalin”.

    I partecipanti sono infatti convinti che, senza un pentimento pubblico di massa per i crimini commessi dal regime sovietico, per la Russia non c’è alcun futuro. Per molti, la lunga lista di nomi letta ai piedi della pietra è l’unica cosa che gli resta dei loro bisnonni. “Ho partecipato a questa manifestazione per la prima volta nel 2014 - racconta Igor Kononko -. Ho preso in mano la lista e senza saperlo ho trovato il nome del mio bisnonno Nikolaj. È stata un’emozione molto forte”.

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  • Donbass, ucciso comandante filorusso

    La sua morte in Russia viene già vista come una “provocazione”

    Arsenij Pavlov, meglio noto come “Motorola”, comandante dell’autoproclamata Repubblica popolare di Donetsk, è stato ucciso nell’ascensore della sua abitazione il 16 ottobre. Benché il suo grado ufficiale nell’esercito non fosse troppo elevato (era tenente colonnello della Milizia popolare), aveva comunque acquisito una grande popolarità mediatica e godeva di notevole prestigio tra le file delle milizie indipendentiste.

    Dopo essersi arruolato nella milizia della Dnr, era finito sulle pagine dei giornali per aver messo a disposizione della stampa le immagini di combattimenti filmati con videocamere GoPro. Nel 2014 le videocamere erano state installate sui caschi dei miliziani durante la battaglia per la conquista dell’aeroporto di Donetsk dove “Motorola”, soprannominato così perché aveva servito nell’esercito come segnalatore, impartiva gli ordini. E così all’interno della Dnr Motorola si era creato un’immagine assolutamente eroica. Un altro episodio memorabile era stata la sua confessione di aver fucilato 15 militari ucraini. A riportare il fatto sarebbe stato un testimone che si trovava tra i prigionieri. Secondo altre fonti, invece, sarebbe stato lo stesso Pavlov ad ammetterlo. “Me ne infischio se verrò accusato. Ho fucilato 15 prigionieri. Me ne infischio davvero… No comment”, si dice avesse dichiarato “Motorola”.

    Due anni di sforzi: la storia degli accordi di Minsk

    Prima di allora Pavlov era sfuggito a una serie di attentati, l’ultimo dei quali in primavera, quando era scampato all’esplosione di un ordigno. Ma oggi si ha la sensazione che la morte di “Motorola” non sia frutto di una “sfortunata causalità”. Soprattutto se si considera che questo episodio è avvenuto sullo sfondo dell’ennesimo inasprimento della situazione lungo la linea di contatto.

    Le ragioni dell’omicidio

    Le autorità della Dnr hanno subito accusato dell’omicidio di “Motorola” i gruppi sovversivi ucraini. Questo è un “messaggio” diretto alla Repubblica, ha detto Zakharchenko (presidente della Dnr), che preannuncia un’escalation del conflitto al di là del traballante andamento degli accordi di Minsk-2. “Fatemi capire, il Presidente dell’Ucraina Petr Poroshenko ha violato la tregua? Ora basta, siamo stufi di false promesse”, ha detto Zakharchenko.

    Il governo ucraino smentisce ogni corresponsabilità nella morte di “Motorola”. Al contempo, però, l’organizzazione Misanthropic Division, fuorilegge in Russia, ha già rivendicato l’azione. L’organizzazione ha postato un video dove quattro uomini mascherati con in mano dei fucili mitragliatori confessano l’assassinio e dichiarano: “Zakharchenko, Plotnitskij (portavoce del parlamento) sarete i prossimi”. Tuttavia, non esistono altre prove effettive che dimostrino che siano loro i colpevoli.

    Ma perché era così importante uccidere proprio Motorola e non Zakharchenko o Plotnitskij? Alcune fonti militari lo spiegano con il prestigio del comandante assassinato. Dalla primavera di quest’anno Zakharchenko ha cominciato a perdere consensi tra i miliziani della repubblica e il battaglione “Sparta”, di cui era comandante Motorola, era rimasta la sua unica riserva. “Faceva venire l’allergia ai leader ucraini ed era più che un ufficiale esperto sul piano militare”, afferma Andrej Suzdaltsev, vice preside della Facoltà di economia e politica mondiale dell’Alta Scuola di Economia di Mosca. “Costretto a utilizzare forze assai peggio armate di quelle dell’esercito ucraino, riusciva a destreggiarsi magnificamente sul campo di battaglia e godeva di un immenso prestigio”, afferma Suzdaltsev.

    Nuove tensioni con l'Ucraina, le reazioni di Mosca al sabotaggio

    L’intelligence ucraina (Sbu) lo ha riconosciuto nelle foto dei meeting di Kharkov del 2014, mentre l’Unione Europea ha incluso il suo nome nella lista nera. “Kiev si è prefissa l’obiettivo con Maidan di liquidare gli oppositori più attivi per decapitare la ‘resistenza’”. Anche Zakharchenko ha subito degli attentati. Kiev ha lanciato l’operazione antiterrorismo (Ato), legittimando di fatto simili azioni. Per la Dnr si tratta di un vero atto terroristico”, afferma Suzdaltsev.

    A rischio gli accordi di Minsk-2?

    Tuttavia, per quanto Pavlov potesse essere tanto importante per la Dnr, è poco probabile che la sua morte abbia delle ripercussioni sul conflitto militare. “Motorola” non era una figura così significativa da poter rallentare il processo dei negoziati di pace. La Dnr non ha un ruolo autonomo in questo ambito. Se i miliziani della Dnr respingeranno l’escalation del conflitto, significa che è la Russia a non volerla”, ritiene il politologo Valerij Khomiakov, coordinatore del Consiglio di strategia nazionale.

    E secondo Suzdaltsev, se questo atto dovesse essere ritenuto una “provocazione”, non è detto che le parole di Zakharchenko facciano presa dal momento che si tratta più che altro di esternazioni populiste. “Sulla testa delle persone continuano a piovere proiettili ed è molto difficile ripristinare la vita civile quando è già il terzo anno di seguito che la popolazione si trova sotto i bombardamenti”, sostiene Suzdaltsev, rilevando che Mosca continua a credere negli accordi di Minsk-2 ed è interessata a una de-escalation del conflitto.

    L’assenza di commenti da parte della Russia sulla morte del suo connazionale Arsenij Pavlov è motivata dall’esperto con la ragione che non si tratta del “momento giusto” in quanto in questa fase ogni azione in difesa del Donbass verrebbe interpretata come un’ingerenza nei problemi ucraini. “Ma non credo che potremo restarne al di fuori”, conclude Suzdaltsev.

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  • I figli dell’élite russa potrebbero tornare a studiare in patria

    Gli incentivi per un’istruzione nazionale dopo le tensioni con l’Occidente

    L’amministrazione presidenziale starebbe esortando i funzionari statali russi e i deputati parlamentari a rimandare in patria i figli che studiano nelle università straniere. Lo stesso consiglio varrebbe per i genitori dei ragazzi che vivono all’estero, ma che sono cittadini russi. A darne notizia è la testata editoriale russa Znak.com, citando fonti anonime del dicastero. Secondo le informazioni in suo possesso, i funzionari statali russi dovrebbero rispedire immediatamente a casa i propri figli, senza aspettare la fine dell’anno accademico, trasferendoli nelle università russe. “A chi dovesse temporeggiare nell’adempiere a questa richiesta informale, ricordiamo che vi sono stati casi ben noti di cittadini russi per i quali la residenza all’estero di parenti prossimi giovani e meno giovani ha costituito un precedente che ha ostacolato la loro carriera nel settore pubblico”, si legge nel sito di Znak.com che cita fonti dell’amministrazione statale.

    Al Cremlino, tuttavia, non hanno confermato tali notizie. Il portavoce del presidente, Dmitrij Peskov, ha dichiarato di non aver mai sentito parlare di simili disposizioni.

    La nazionalizzazione dell’élite

    Rampolli d'oro

    Il divieto di studiare all’estero non è una novità. Nel 2012 la Duma di Stato russa aveva discusso un progetto di legge che obbligava i ragazzi russi a ricevere l’istruzione scolastica in Russia. La legge non era però stata approvata. Tuttavia, nel 2013 è stata introdotto un provvedimento che vieta ai dipendenti bancari di essere titolari di conti all’estero. Nel 2014, a causa del drastico deterioramento delle relazioni con l’Occidente, è stato vietato anche il possesso di beni immobiliari all’estero. “È stato intrapreso un percorso di ‘nazionalizzazione dell’élite’”, spiega a Rbth il politologo Mikhail Komin. “Si è dato un drastico giro di vite al trasferimento di beni immobiliari e finanziari all’estero, puntando al ‘rientro dei capitali’. Ma questo segnale è stato recepito solo in parte dai politici. I beni sono stati intestati a congiunti, figli e altri parenti e trasferiti in paradisi offshore più o meno legali”.

    Nel 2015 si è riproposta la questione del divieto per i funzionari statali di mandare i propri figli a studiare all’estero. Shamsail Saraliev, deputato della Duma per il partito “Russia Unita”, in un’intervista concessa al giornale Izvestiya, ha legittimato tale necessità con queste motivazioni: “I figli dei funzionari possono facilmente finire nel mirino dei servizi segreti occidentali, diventare ostaggio dei terroristi e così finire con l’essere reclutati”. Saraliev ha inoltre aggiunto che “chi studia all’estero sviluppa una visione del mondo totalmente diversa”.

    A detta di Komin, l’esortazione attuale rientra in un percorso politico già avviato nel 2014.

    Chi preferisce l’Occidente

    Russi all’estero, un mondo che si unisce

    Non si conosce il numero esatto dei figli dei funzionari statali che studiano all’estero. Gran parte delle testate giornalistiche pone l’accento non tanto sulla loro quantità quanto sugli incarichi rivestiti dai loro genitori. Una nota giornalista russa, inviata speciale di Znak.com, Ekaterina Vinokurova, riporta a titolo di esempio questi casi: la figlia del capo del Ministero degli Esteri, Sergej Lavrov, Ekaterina, ha compiuto gli studi negli Stati Uniti (ora vive in Russia), le tre figlie del vice speaker della Duma, Sergej Zheleznyak, studiano in Occidente (in Svizzera e in Austria) e i figli e i nipoti dell’ex presidente delle Ferrovie russe, Vladimir Yakunin, risiedono in Svizzera e in Inghilterra, e anche il figlio di Elena Mizulina, presidente della Commissione per la famiglia, le donne e l’infanzia della Duma di Stato, vive negli Stati Uniti. Il figlio dell’ex delegato per i diritti dei bambini della Presidenza russa, Pavel Astakhov, che aveva sostenuto a suo tempo il divieto di adozione dei bambini russi da parte di cittadini stranieri, studia anche lui all’estero. Per inciso, la stessa Liza Peskova, figlia del portavoce del Cremlino, Dmitrj Peskov, studia in Francia.

    Nondimeno, non tutti gli alti funzionari statali mandano i propri figli a studiare nelle università occidentali. Il figlio del primo ministro Dmitrj Medvedev studia a Mosca al Mgimo (Università statale per le relazioni internazionali). Nella stessa università studia anche la figlia del ministro della Difesa Sergej Shoigu, Kseniya.

    Il rientro in patria

    Secondo Komin, non ha senso aspettarsi che tutti i parenti dell’iperselezionata élite di alti funzionari statali ritornino di colpo in Russia. Tuttavia, a detta dell’esperto, esiste un numero ben più cospicuo di parenti di piccoli funzionari che vivono all’estero e l’esortazione mira a colpire soprattutto loro che verranno posti davanti a un bivio e dovranno scegliere se proseguire la carriera nell’amministrazione statale o cambiare settore di attività.

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