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Notizie dalla Russia | RBTH - Turismo

Notizie dalla Russia | RBTH
  • Viaggiare in Russia: i 5 timori più diffusi tra i turisti
    2. Passare il confine

    Disegno di Alena Repkina

    Ora che hai il visto che cosa succede? Nella mente si forma subito l’immagine delle guardie alla dogana. Viktor, dalla Slovacchia, si ricorda che gli ufficiali al confine russo erano molto severi. “Erano puntigliosissimi nel controllare i nostri documenti sia all’andata che al ritorno, più di quanto mi sia successo da qualsiasi altra parte”.

    Come evitare problemi: controlla in anticipo le regole per le importazioni e seguile. Se i documenti del visto sono a posto non c’è nulla di cui preoccuparsi.

    4. Sicurezza

    Disegno di Alena Repkina

    Prima di andare per la prima volta a San Pietroburgo, Agnese dall’Italia aveva sentito parlare molto del governo russo e del fatto che “controllano tutto”.

    Come ha ammesso lei stessa, “lo puoi sentire quando arrivi. Sono tutti così seri e sai che non puoi sgarrare”. Tutto sommato però Agnese non ha avuto problemi. Viktor dalla Slovacchia era un po’ agitato, aveva paura di essere derubato per strada, ma alla fine è andato tutto bene.

    Come evitare problemi: leggi prima di partire i consigli per la sicurezza e cerca di non attirare l’attenzione.

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    2. La Cattedrale di Sant’Isacco: il migliore belvedere di Pietroburgo

    La Cattedrale di Sant’Isacco. Fonte: Shutterstock

    La Cattedrale di Sant’Isacco è l’immagine simbolo più riprodotta di Pietroburgo non solo per le sue dimensioni colossali: la cupola dorata di questa cattedrale, che è la terza più alta d’Europa, è visibile a decine di chilometri di distanza ben oltre i confini del centro storico. Mentre la Cattedrale di Sant’Isacco veniva costruita nell’arco di quarant’anni (1819-1858) i pietroburghesi si lamentavano delle sue dimensioni grevi e sproporzionate, in disaccordo con l’architettura degli edifici vicini, ma, ciò nonostante, la Pietroburgo di oggi sarebbe impensabile senza la presenza di Sant’Isacco.

    La Cattedrale di Sant’Isacco. Fonte: Shutterstock

    Vale la pena affrontare l’impresa di salire i 262 gradini della scala che porta al colonnato, che circonda la cupola a un’altezza di 44 metri da terra, equivalente a quella di un palazzo di 16 piani. La città, tagliata da fiumi e canali in decine di isole, è visibile da quassù da tutti i lati. Alla cassa del museo e alle biglietterie automatiche agli ingressi del colonnato è possibile acquistare un biglietto solo per il colonnato e nel periodo delle “notti bianche”, da giugno ad agosto, i visitatori possono accedervi fino alle 4 del mattino.

    Un consiglio: La vista più bella della cattedrale è quella che si ha dal centro della Piazza di Sant’Isacco dalla statua equestre dello zar Nicola I.

    4. La Cattedrale di Kazan: santuario ortodosso con colonne “vaticane”

    La Cattedrale di Kazan. Fonte: Shutterstock

    Il colonnato semicircolare, che circonda la Cattedrale di Kazan, ricorda quello della Basilica di San Pietro in Vaticano, ma in realtà serve a dissimulare il fatto che la cattedrale è rivolta di lato verso il Nevskij Prospekt, la via principale della città; questo perché, secondo i dettami dell’architettura ecclesiastica, l’altare dev’essere orientato a est.

    Nel colonnato oggi non si può passeggiare, ma in compenso la cattedrale è aperta fin dal primo mattino e l’ingresso è gratuito. È una chiesa aperta al culto e ogni giorno si celebravano delle funzioni.

    La Cattedrale di Kazan. Fonte: Shutterstock

    Inaugurata nel 1811, l’anno successivo la Cattedrale di Kazan divenne un monumento celebrativo della vittoria su Napoleone. Nel giardino davanti alla cattedrale furono collocate le statue dei due condottieri, protagonisti delle guerre napoleoniche: a ovest quella di Barclay de Tolly, e a est, quella di Mikhail Kutuzov, eroe di “Guerra e pace” di Tolstoj.

    Un consiglio: La migliore vista sulla Cattedrale di Kazan si ha sul lato opposto del Nevskij Prospekt, dalle finestre del caffè “Singer”, al primo piano della libreria “Dom knigi” (Nevskij Prospekt, 28).

  • Mosca ieri e oggi: trovate le differenze

    1. Il Cremlino

    Vista sulle mura del Cremlino, il lungofiume della Moscova, la prima e la seconda torre Bezymjannyj, costruite negli anni Ottanta del XV secolo, alte più di 30 metri

    2. Ulitsa Nikolskaya (Via Nikolskaya)

    Una delle più antiche vie della capitale è via Nikolskaya, così chiamata perché ospitava il monastero di San Nicola il Vecchio. Prima della comparsa della Piazza Rossa, alla fine del Quattrocento, la strada portava alle Nikolskie vorota (le porte Nikolskie) della torre omonima del Cremlino

    3. Triumfalnye vorota (Porte del trionfo)

    Vista sul Kutuzovskij Prospekt (Prospettiva Kutuzovskij) e Triumfalnye vorota (Porte del Trionfo). L’architetto Osip Bove eresse le Porte del Trionfo come simbolo della vittoria nella guerra del 1812 contro Napoleone. Inizialmente il monumento si trovava su piazza Tverskaya Zastava ed era soltanto uno dei numerosi archi sulla via del ritorno delle truppe russe dall’Europa. Per ordine del governo sovietico nel 1936 le porte furono abbattute. Soltanto 32 anni dopo fu installata una copia sul Kutuzovskij Prospekt

    4. Kamergerskij pereulok (Vicolo Kamergerskij)

    Vista dal lato del Kuznetskij most sui vicoli Kamergerskij e Gazetnyj. Nel corso dei secoli il vicolo cambiò più volte nome fino a ricevere quello definitivo, Kamergerskij, alla fine dell’Ottocento. Qui vivevano i funzionari che possedevano il titolo nobiliare di “kamerger”, ovvero ciambellano o camerlengo. L’attuale vicolo Kamergerskij è una strada pedonale con bar, ristoranti e negozi alla moda

    5. Dom Pashkova (Casa Pashkov)

    “Al tramonto, in alto sopra la città, sul terrazzo di pietra di uno dei più begli edifici di Mosca, un edificio costruito circa centocinquant’anni prima, si trovavano due persone: Woland e Azazello. Dalla strada in basso non erano visibili, perché dagli sguardi superflui li riparava una balaustra con vasi di gesso e fiori pure di gesso. Ma essi vedevano la città fin quasi ai suoi estremi limiti”: così lo scrittore russo Mikhail Bulgakov immortalò nel suo romanzo “Il maestro e Margherita” la Casa Pashkov che subito dopo la costruzione nel 1786 divenne uno dei luoghi d’attrazione preferiti dai moscoviti. Oggi l’edificio è di proprietà della Biblioteca statale russa e al suo interno si organizzano visite guidate

    6. Ulitsa Kuznetskij Most (Via Ponte dei Fabbri)

    Sulla via Kuznetskij Most tra il diciassettesimo e il diciannovesimo secolo vissero i rappresentanti delle famiglie nobiliari. Prima della Rivoluzione del 1917 era la via principale del commercio di Mosca, il “santuario del lusso e della moda” secondo i contemporanei. Le tradizioni storiche si sono mantenute fino a oggi: oltre ai monumenti delle epoche passate Kuznetskij most ospita molti negozi di abbigliamento, librerie e ristoranti

    7. Teatralnaya ploshchad (Piazza del Teatro)

    La storia di piazza Teatralnaya inizia con l'incendio del 1812, quando Mosca fu devastata dalle fiamme durante la guerra contro Napoleone. Nel successivo periodo di restauro sulla piazza venne eretto il teatro precedente al Bolshoj che si chiamava Petrovskij. Una buona parte della piazza rimase inaccessibile ai cittadini fino al 1911 poiché era il luogo dove i soldati provavano il passo di marcia. Oggi sulla piazza Teatralnaya oltre al Bolshoj si trovano il teatro Malyj (Piccolo teatro) e il teatro Molodezhnyj (Teatro dei giovani), il centro commerciale ZUM, lo storico hotel Metropol e un altro stabile del Bolshoj dove i ballerini fanno le prove, unito all’edificio centrale tramite un passaggio sotterraneo

    8. GUM 

    Fino al 1921 i magazzini GUM si chiamavano File superiori dei negozi ed erano la strada commerciale coperta più grande d’Europa, dotata di una propria centrale elettrica, filiali di banche, telegrafo e persino un pozzo artesiano. Le lussuose facciate delle botteghe davano sulla Piazza Rossa, mentre all’interno sembra di passeggiare per un enorme bazar orientale. In epoca sovietica il GUM venne chiuso a più riprese, Stalin tentò per due volte di demolirlo. Nonostante la sua difficile storia questa piccola città commerciale nella città è considerata un simbolo di bella vita dai moscoviti che spesso vengono qui a fare un giro e a mangiare un gelato, senza comprare nulla

    9. Biblioteca universitaria di ulitsa Mokhovaya (via Mokhovaya)

    L’edificio della biblioteca universitaria dell’Università statale di Mosca (MGU) di via Mokhovaya è stato costruito tra il 1897 e il 1901. Il progetto della sua sala di lettura circolare ricalca quello della sala di lettura del British Museum a Londra. Oggi ci studiano gli studenti della Facoltà di giornalismo dell’università

    10. Bagni Sandunovskie

    I bagni Sandunovskie devono il proprio nome all'attore Sila Sandunov (1756-1820) che li inaugurò nel 1808. A cavallo tra diciannovesimo e ventesimo secolo i “Sanduny” vennero trasformati in un “palazzo della banya” dove andavano a rilassarsi i ricchi funzionari e le personalità importanti della città. Il regista russo Sergej Ejzenshtejn girò nella piscina dei bagni Sandunovskie alcune scene de “La corazzata Potemkin” (1925) e di “Aleksandr Nevskij” (1938), mentre l’americano Walter Hill ambientò qui una scena del film “Danko” (1988) con Arnold Schwarzenegger.

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  • Tra oblio e abbandono, il fascino dell'Artico dimenticato

    “Nell’Artico ci siamo difesi da soli dagli orsi polari e per poco non siamo stati inghiottiti da una tempesta marina. Ma soltanto nelle sperdute lande artiche assaporiamo fino in fondo il gusto della vita e capiamo quando sia reale la morte. Senza queste sensazioni l’esistenza ci sembra scialba, come il cibo senza sale”. Le parole di Natalya e Petr Bogorodskie, due pietroburghesi appassionati di viaggi estremi, evocano paesaggi sconfinati e terre che sembrano uscite da un romanzo. Tutto questo è l’Artico. L’Artico più estremo, che Natalya e Petr hanno avuto modo di conoscere bene in vari anni di esplorazioni.

    Hanno iniziato a esplorare l’Artico dal 2008, attraversando con la loro bajdarka (un tipo di kayak da mare, ndr), un catamarano fatto a mano e un trimarano, il Mar Bianco, il Mar di Barents e il Mare di Kara, da Ladoga fino alla Novaya Zemlya (oblast di Arkhangelsk), in cerca di relitti abbandonati da studiare.

    La Terra di Francesco Giuseppe, l’isola di Graham-Bell

    Foto di Natalya Bogorodskaya Foto di Natalya Bogorodskaya Foto di Natalya Bogorodskaya Foto di Natalya Bogorodskaya

    “La prima cosa che cattura l’attenzione è la neve senza fine, la distesa piana e la luce accecante che colpisce da ogni lato. Siamo arrivati sull’isola con il sole di mezzanotte. La prima sensazione è stata di freddo pungente: eravamo a -15 e il vento era gelido”, ricorda Petr.

    La Terra di Francesco Giuseppe è un avamposto russo situato nell’estremo nord-ovest, oltre il quale comincia il Polo Nord. Sull’isola di Graham-Bell, abbandonata nel 1993, c’erano un aeroporto e due villaggi militari.

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    Nella Terra estrema di Francesco Giuseppe sorgerà il museo dell'Artico

    Natalya e Petr ci sono arrivati nel 2013 con un gruppo del parco nazionale “Artico russo”: erano stati invitati per aiutare a pulire l’isola da resti metallici e oggetti senza valore storico.

    Sull’isola i Bogorodskie si sono messi in cerca di artefatti legati alla storia dell’aviazione: motori e aerei, resti del campo di aviazione, pezzi di vecchie auto e trattori, equipaggiamento radio. Dovevano studiarli, fotografarli e identificarli con un nastro per segnalare che non dovevano essere distrutti.

    I relitti di Graham-Bell sono tutto ciò che rimane dell’aeroporto e dei villaggi militari. Per decine di anni case e strutture abitative in metallo puro, dall’esterno simili a enormi botti, case mobili, carichi di camion, un aereo AN-12 distrutto, sono stati preservati dal clima artico.

    Il villaggio di Amderma

    Foto di Natalya Bogorodskaya Foto di Natalya Bogorodskaya

    Lo scheletro di una manciata di case a due piani e alcune infrastrutture sulla riva del Mar Glaciale Artico privo di qualsivoglia strada di collegamento è tutto quel che rimane del villaggio sovietico di Amderma. Natalya e Petr si spinsero qui sulla bajdarka durante un viaggio lungo la costa del Mar di Barents e di Kara nel 2010.

    Amderma è abitata da circa 300 persone, le case stanno a fianco dei relitti abbandonati. Il villaggio è pieno di vecchi edifici sventrati e resti di tecnologie sovietiche. Nelle costruzioni militari ci giocano i bambini, felici di avere a disposizione la città dimenticata. Accanto a un negozio è parcheggiata una slitta trainata da renne su cui un allevatore nenets è venuto a fare spesa; gli orsi bianchi passeggiano lungo la riva del villaggio.

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    Nenets, Dolgan ed Evenk: i popoli dell'estremo Nord

    Non lontano i due viaggiatori hanno trovato delle strutture a forma di cupola utilizzate per i radar mobili “Lena-M”, giganteschi funghi bianchi in mezzo alla tundra rosso-verde. L’edificio a due piani di “Lena-M” è ancora oggi protetto da porte di acciaio ignifugo, mentre l’interno della stazione radio è infestato da cavi e da una rete di condotti per la ventilazione. Natalya e Petr hanno girato a lungo per i piani, studiando gli alloggi, i magazzini, i punti di comando, le apparecchiature e le aule di studio. Si sono conservate pellicole vecchie di vent’anni con i negativi di fotografie private, oltre ad alcuni documenti di lavoro.

    I villaggi abbandonati dell'Artico, luogo di orsi ed eremiti

    Foto di Natalya Bogorodskaya Foto di Natalya Bogorodskaya

    Sulla Nuova Terra i villaggi industriali del secolo scorso sono diventate zone abbandonate con isbe cadenti. Le travi della e le mura sono talmente marce che si sfaldano al primo tocco. Non c’è anima viva, ma per via degli orsi Natalya e Petr giravano sempre armati. Avevano già incontrato gli orsi polari e sapevano che per quelle persone non rappresentano una minaccia, ma una fonte di sostentamento.

    Nei paesini vicino alle zone dismesse vengono in vacanze persone che sono nate e cresciute nell’Artico. Qualcuno ci viene persino in aereo a trascorrere l’estate, come se andasse in dacia: va a pesca, a caccia, si rilassa. Le riserve di combustibile e cibo per questi eremiti sono recapitate dai parenti. Gli amanti dell’isola solitaria smontano a pezzi le case semi-distrutte dei villaggi artici per avere materiale di consumo necessario alle proprie abitazioni.

    Nella terra ghiacciata degli orsi

    Capo Svyatoj Nos

    Il capo Svyatoj nos (letteralmente Punta sacra) è stato colonizzato di recente, prima era considerato pericoloso fermarsi. La riva pietrosa non permetteva l’ancoraggio e i catamarani venivano portati via dalla forte corrente. Si rischiava di rimanere senza un mezzo di trasporto per tornare indietro.

    Il dirupo scosceso che Petr e Natalya hanno scalato per raggiungere il Capo faceva paura: quando il mare è in tempesta gigantesche onde si abbattono con fragore, travolgendo la riva.

    Non c’era traccia del passaggio recente dell’uomo. L’erba arrivava fino al ginocchio, un freddo tombale spirava dalle case abbandonate. Persino le casse da 20 litri trovate nella stazione elettrica erano rimaste intatte, anche se i locali le usavano per marinarci la carne o come acquari.

    I Bogorodskie hanno raggiunto il faro passando accanto a una discarica piena di carcasse di trattori cingolati. Il vento faceva sbattere la porta di ferro aperta. Nella penombra Petr e Natalya si sono inerpicati sulla scricchiolante scala a chiocciola e hanno raggiunto un’altezza pari all’ottavo piano. Dalla finestra si vedeva lo stretto Capo circondato da un grigio mare di ghiaccio. A Petr sono venuti i brividi al pensiero dei solitari addetti del faro alle prese con la tempesta, anche di notte, quando le fredde onde sembravano poter distruggere la parete rocciosa sotto il faro.

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    Le persone che in epoca sovietica avevano avuto ragione della spietata natura dell’Artico da tempo non vivono più qui. Sono però rimaste le strutture abbandonate: case, fari, basi dell’aviazione. Natalya e Petr riscoprono le terre artiche seguendo le tracce dei primi esploratori, lottando come loro contro le forze della natura. I Bogorodskie pubblicano i resoconti e i reportage fotografici delle loro scoperte sul sito del progetto “Sevprostor” (letteralmente “spazio del Nord” ndr), in lingua russa. Per Natalya e Petr condividere i materiali raccolti nei viaggi in questi luoghi ha un intento divulgativo: l’Artico smette di essere una terra incognita e gli oggetti e le costruzioni abbandonate vivono una seconda vita come artefatti storici.

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