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Notizie dalla Russia | RBTH
  • Uomini che facevano sognare le donne: i sex symbol dell'Unione Sovietica
    Per diventare l’idolo di una donna sovietica non bastava un aspetto attraente. Occorreva essere un vero eroe, almeno sullo schermo. Abbiamo selezionato alcuni degli uomini più popolari “in un paese in cui il sesso era bandito”.

    Yurij Gagarin: il primo astronauta

    Fonte: Ria Novosti

    Sembra che il fattore determinante nella scelta di inviare Gagarin come primo uomo nello spazio fosse stato il suo luminoso sorriso. Una volta tornato sulla terra avrebbe dovuto conquistare tutti con quel sorriso, cosa che è puntualmente accaduta. La fotografia di Gagarin con la tuta da astronauta ha fatto il giro del mondo e il leggendario astronauta ha poi compiuto una tournée planetaria come una superstar. Il primo uomo che aveva visto da vicino le stelle divenne per la gente un vero idolo. Gli amici lo ricordavano come una persona tranquilla, allegra e amante del lavoro: insomma un uomo ideale!

    Aleksandr Abdulov: il mascalzone più affascinante

    Fonte: Ria Novosti

    Abdulov e la sua prima moglie, Irina Alferova, sono stati la coppia più bella del cinema sovietico. Questo attore sex symbol era un vero rubacuori. Uno dei ruoli più famosi da lui interpretati è quello nel film “Carnevale” (1981) dove seduce un’innocente ragazza di provincia e poi l’abbandona. Nel film “Cherchez la femme” (1982) è il cattivo che ammazza l’amante della moglie del suo boss.

    Andrej Mironov: il ladro più famoso

    Fonte: Ria Novosti

    Mironov è stato uno degli attori sovietici di maggior successo. Se gli idoli precedenti di cui si è parlato erano icone del romanticismo e dell’eroismo, Mironov nelle numerose commedie che ha interpretato si era specializzato nel tipo dell’imbroglione e del ladro. È morto sulla  scena, dopo aver improvvisamente perso conoscenza, durante lo spettacolo “Le nozze di Figaro” di cui era protagonista. Uno dei suoi ruoli più celebri al cinema è stato quello del contrabbandiere nel “Braccio di diamanti” (1969). Le battute pronunciate da Mironov sono diventate delle citazioni popolari e la canzone “L’isola della sfortuna” nella sua esecuzione un vero hit

  • Chernov, il ministro che non riuscì a dare la terra ai contadini

    Viktor Chernov. Foto d'archivio

    Chernov era stato il leader del partito che aveva posto in cima ai suoi programmi gli interessi dei contadini, che all’inizio del secolo scorso costituivano l’80% della popolazione russa. Tuttavia, questo non consentì ai socialisti rivoluzionari di conservare il potere. Del loro programma di partito s’impadronirono senza riguardi i bolscevichi, assicurandosi in tal modo l’appoggio della base della società russa.

    Il Partito socialista rivoluzionario era, insieme a quello socialdemocratico che si era scisso tra menscevichi e bolscevichi, uno dei tre principali partiti politici russi. A differenza di questi ultimi i socialisti rivoluzionari avevano puntato sugli agricoltori, battendosi per l’abolizione della proprietà privata della terra per darla ai contadini.

    Viktor Chernov era il leader più influente del partito. Teorico socialista, era stato tra i promotori della fondazione del partito già quindici anni prima della rivoluzione. I suoi contemporanei, pur riconoscendo il talento di Chernov come pensatore sociale e politico, non potevano fare a meno di rilevare la sua debolezza come capo del partito e leader politico. Il menscevico Nikolaj Sukhanov, che ci ha lasciato delle testimonianze assai ben documentate sul '17, osservava che “…nella vasta arena rivoluzionaria, nonostante l’enorme prestigio di cui godeva tra i lavoratori socialisti rivoluzionari, Chernov era apparso fragile come capo politico”.

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    “Il ministro rurale”

    La rivoluzione sorprese Chernov mentre era in esilio. Fece ritorno in Russia in aprile dopo il tempestoso rovesciamento dell’autocrazia. Chernov si trovò subito al centro della bufera politica, prodotta dal sistema del “doppio potere” in vigore. Accanto al Governo provvisorio, costituito dai parlamentari liberali, esisteva anche il Soviet dei lavoratori e dei soldati di Pietrogrado (Petrosovet) che era in pratica l’unico vero detentore del potere. La crisi politica fu risolta solo in maggio quando gli attivisti chiave del Petrosovet, tra cui c’era anche Viktor Chernov, entrarono a far parte del governo. Si diede vita al primo governo di coalizione nel quale al teorico socialista rivoluzionario venne assegnata la carica di ministro dell’Agricoltura. Chernov era soprannominato il “ministro rurale”, per sottolineare la sua vicinanza al popolo. 

    Una volta diventato ministro, Chernov, ancora prima dell’avvento dell’Assemblea Costituente, che avrebbe dovuto definitivamente risolvere la questione agraria in Russia, cercò di adottare delle misure di transizione per limitare le transazioni commerciali per la compravendita di terreni. Dopo la rivoluzione i grandi proprietari terrieri, temendo che i loro terreni venissero espropriati, cominciarono a venderli agli stranieri, i cui diritti erano ritenuti più protetti. I contadini cominciarono a mostrare il loro malcontento, vedendo in questo un tentativo di privarli della terra che teoricamente avrebbe dovuto essere concessa a loro dopo le riforme consacrate dall’Assemblea Costituente. Erano in pochi allora in Russia a non credere che la riforma principale sarebbe stata quella della confisca delle terre dei proprietari a vantaggio dei contadini. Nell’arco di due mesi Chernov cercò di ottenere il consenso del gabinetto per far approvare la legge sul divieto delle transazioni commerciali sui terreni. A detta di Sukhanov, “Chernov si era battuto con tutte le sue forze nel governo per conseguire la riforma agraria”. Solo verso la metà di luglio il leader dei socialisti rivoluzionari, dopo essere venuto a un compromesso, riuscì a formalizzare il divieto sulla compravendita dei terreni.

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    La critica dei liberali e dei socialisti

    I modesti risultati ottenuti da Chernov come ministro dell’Agricoltura costrinsero alla fine di agosto il leader dei socialisti rivoluzionari ad abbandonare il suo incarico. Una volta al di fuori del gabinetto Chernov criticò duramente sia gli attivisti liberali al governo che i suoi compagni socialisti. Se i primi venivano da lui accusati di non essersi impegnati a sufficienza sul fronte delle trasformazioni sociali, ai secondi si rimproverava la paura di accaparrarsi da soli tutto il potere.

    Chernov non appoggiò la rivoluzione bolscevica di Ottobre, ritenendola un'usurpazione del potere. Non poteva accettare che i bolscevichi, non appena conquistato il potere, avessero immediatamente emanato il famoso Decreto sulla terra, mutuato nella sua essenza dal programma di riforma agraria dei socialisti rivoluzionari. La proprietà privata della terra veniva abolita e la terra veniva concessa senza alcuna forma di riscatto ai contadini.

    Era possibile una terza via?

    Dopo il rovesciamento del Governo provvisorio da parte dei bolscevichi i socialisti rivoluzionari puntarono sulle elezioni dell’Assemblea Costituente. I bolscevichi non ostacolarono le elezioni e nel mese di gennaio a Pietrogrado s’inaugurò l’Assemblea Costituente, di cui Chernov venne eletto presidente. Tuttavia, il parlamento ebbe vita breve: le nuove autorità lo esautorarono immediatamente dopo la prima seduta.

    Mentre divampava la guerra civile, nel 1918, Chernov e i socialisti rivoluzionari cercarono di proporsi come terza forza politica, accanto ai Rossi e ai Bianchi, ma non riuscirono a ottenere il sostegno popolare. Nel 1920 Chernov emigrò dalla Russia e visse per i trent’anni successivi all’estero. Durante il periodo dell’emigrazione il leader dei socialisti rivoluzionari criticò il sistema sovietico per la sua mancanza di democrazia. Come rilevano gli storici, Chernov era convinto dell’incompiutezza del socialismo senza la democrazia. Condivideva pienamente l’asserzione dell’ideologo anarchico Mikhail Bakunin che sosteneva: “il socialismo senza libertà è solo barbarie”.

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  • Perché in Russia si parlava francese?

    Disegno di Ekaterina Lobanova

    Il romanzo di Lev Tolstoj “Guerra e pace” resta tuttora in Russia per gli studenti contemporanei uno dei romanzi più complessi inserito nei programmi scolastici e non solo per la sua impressionante mole in quattro volumi. “Quando ho aperto le prime pagine e mi sono accorto che metà del testo era in francese ho pensato: è meglio che mi procuri da leggere un riassunto”, racconta Aleksej, 23enne moscovita.

    I dialoghi che gli aristocratici pietroburghesi intrecciano nel salotto della “leonessa” del bel mondo Anna Pavlovna Scherer che aprono il romanzo “Guerra e pace” sono composti per una buona metà di frasi francesi, ma non si tratta di una trovata letteraria dell’autore, bensì rispecchiano i costumi russi dell’inizio del XIX secolo (nel primo tomo di “Guerra e pace” l’azione si svolge nel 1805). Descrivendo uno dei personaggi Tolstoj scrive: “Si esprimeva in quel francese elegante nel quale non soltanto parlavano, ma anche pensavano, i nostri antenati”. Nel XVIII secolo il francese aveva “conquistato” la Russia, diventando una sorta di lingua ufficiale dell’aristocrazia. Quali erano le ragioni?

    Guardando all’Occidente

    Tutto era cominciato con le riforme volute da Pietro il Grande, che aveva regnato in Russia dal 1682 al 1725. Terzo zar della dinastia Romanov, Pietro aveva riformato profondamente le condizioni di vita del Paese: il suo sogno era trasformare la Russia in una potenza europea. A tale scopo non solo aveva avviato una guerra, ma anche demolito i costumi patriarcali della vecchia Rus, costringendo i nobili a tagliarsi la barba, a indossare abiti di foggia europea e a viaggiare in Occidente per istruirsi. L’esito fu che nel XVIII secolo ai ricevimenti mondani gli aristocratici per comunicare tra loro usavano le lingue straniere.

    Di tutti gli idiomi occidentali era proprio la lingua francese all’epoca a dominare sia in Russia che nell’intera Europa. “Il francese divenne la prima lingua a essere normatizzata”, afferma lo psicolinguista e traduttore Dmitrij Petrov, spiegando così il successo di questa lingua. A detta di Petrov, di ciò si deve ringraziare il primo ministro francese cardinale Richelieu che nel 1635 aveva fondato l’Accademia di Francia che si occupava delle questioni relative alla formazione e codificazione della norma linguistica. Alla fine il francese prese progressivamente il posto che era stato del latino nella comunicazione internazionale.

    L’ondata francese

    Un impulso ulteriore alla diffusione del francese tra la nobiltà russa venne dalla Rivoluzione francese (1789 - 1799) allorché molti aristocratici fuggirono dal paese devastato dalle rivolte per rigugiarsi, tra l’altro, anche in Russia. Il numero degli émigrées in quegli anni giunse fino a 15mila.

    Il governo imperiale russo diffidava dei rivoluzionari e accoglieva volentieri i monarchici. Alcuni di loro conseguirono delle cariche importanti come Armand Emmanuel de Richelieu, discendente del famoso cardinale, diventato sindaco di Odessa (ora in territorio dell’Ucraina). Altri, meno fortunati, divennero precettori presso ricche famiglie nobiliari dove insegnavano ai loro rampolli a danzare e a tirare di scherma.

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    Gallomania e gallofobia

    I pubblicisti e gli scrittori avevano rilevato ben prima di Tolstoj la mania dominante nella nobiltà per la lingua francese e tale questione suscitava accesi dibattiti. A detta di alcuni, l’interferenza del francese arricchiva la cultura del paese, elevando la lingua russa; altri, tuttavia, ritenevano che sarebbe stata deleteria. “Condurremo la nostra lingua al completo declino”, lamentava il ministro dell’Istruzione Aleksandr Shishkov, fautore della purezza della lingua russa.

    Lo scrittore Aleksandr Griboedov, nella sua commedia “Che disgrazia l’ingegno!” (1825), ironizzava sui russi che adoravano tutto ciò che era francese, pur non sapendo parlare questa lingua correttamente: “Una mescolanza di francese e di dialetto di Nizhnij Novgorod” (Nizhnij Novgorod è una città della provincia russa che si trova a 401 km a est di Mosca). Eppure tutti gli aristocratici comunicavano tra loro in francese. Il francese era la lingua di corte e veniva associata alla nobiltà e ai sentimenti elevati. Gli studi sugli epistolari del celebre poeta Aleksandr Pushkin, considerato il creatore della lingua russa moderna, hanno dimostrato che quasi il 90% delle sue lettere che avevano come destinatarie delle donne erano scritte in francese.

    Il declino della francofonia

    Durante le guerre napoleoniche, durante le quali Russia e Francia combatterono l’una contro l’altra, la popolarità del francese cominciò a declinare. Gli umori patriottici costrinsero i nobili a preferire la lingua natale, talvolta per una questione di sopravvivenza. Il poeta Denis Davydov, eroe della guerra del 1812, ricordava che a volte i contadini russi (che non conoscevano il francese e che erano spesso analfabeti) “Accoglievano gli ufficiali aristocratici con ostilità a causa della loro cattiva pronuncia russa” anche impugnando l’ascia o il fucile. 

    L’epoca dell’infatuazione per la Francia si era conclusa e molti gallicismi, entrati nella lingua russa nel XVIII secolo, a poco a poco scomparvero nell’oblio, e sopravvissero alcune decine di parole. L’origine straniera di alcune di esse, come afisha (manifesto), pressa (stampa), sharm (fascino) e cavaler (cavaliere) ormai è stata persino dimenticata dai russi. “Alcuni termini, necessari alla lingua, sono rimasti, gli altri, che non erano necessari, sono scomparsi. E ciò accade e continuerà ad accadere con le altre lingue importate”, afferma Petr Vajl, spiegando la storia di queste interferenze.

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  • Serebrennikov è libero, resta testimone

    Kirill Serebrennikov, regista teatrale e cinematografico, premiato l’anno scorso al Festival di Cannes è stato rilasciato dopo l’interrogatorio del Comitato investigativo in merito all’appropriazione indebita di finanziamenti statali. Nel Comitato investigativo hanno confermato lo stato di testimone del regista nonostante sia stato costretto a presentarsi all’inquirente.

    Il 23 maggio si è diffusa la notizia della perquisizione a casa del direttore artistico del “Centro Gogol”. Nello stesso giorno le forze dell’ordine hanno spiegato che la perquisizione era legata all’inchiesta del 2014 sulla sparizione di 200 milioni di rubli (3,5 milioni di dollari) che il governo aveva stanziato per la diffusione della cultura.

    Sono state compiute perquisizioni anche nel teatro di Serebrennikov e in almeno altre dieci sedi.

    Per saperne di più sulle perquisizioni al Centro Gogol clicca qui

    Dopo la notizia delle perquisizioni alcune personalità del mondo della cultura hanno firmato una lettera aperta al Presidente Vladimir Putin in difesa del regista con la quale esprimevano la speranza che “l’indagine venisse svolta in maniera obiettiva e giusta, senza un accanimento eccessivo nei confronti delle persone coinvolte, e in modo che non danneggi l’attività artistica del teatro, della troupe e dello stesso Kirill Serebrennikov”.

    La lettera è stata letta davanti al teatro dall’attrice Chulpan Khamatova, co-fondatrice della fondazion benefica “Regala una vita” (nel 2012 l’attrice ha fatto da protagonista per il video di propaganda elettorale “Perché voto Putin?”).

    “Nell’amministrazione del Presidente si parla di una reazione fortemente negativa rispetto a quanto accaduto da parte dei rappresentanti della cultura […] Nel frattempo i sostenitori di Serebrennikov cercano un modo per arrivare direttamente al Presidente e incontrarlo. È molto facile che si trovi un accordo”, si legge sul canale anonimo di Telegram “NEZYGAR’”.

    Camionetta della polizia davanti al Centro Gogol di Mosca. Fonte: Maksim Blinov/RIA Novosti

    Il giorno successivo, mercoledì 24 maggio, dopo la cerimonia per la consegna di alcuni premi statali avvenuta nel Cremlino, è stata la volta di Evgenij Mironov, direttore artistico del “Teatro delle nazioni” che si è rivolto al Presidente in difesa del collega. Nello stesso giorno anche il direttore generale del teatro Bolshoj Vladimir Urin e l’Associazione dei critici teatrali hanno espresso il proprio appoggio a Serebrennikov. Andrej Kolesniko nel suo reportage ha parlato di un dialogo “appassionato e dai toni piuttosto accesi” tra Putin e Mironov.

    “Lei lo sapeva? Ne era al corrente?!” è stata la domanda di Mironov a cui il Presidente ha ribattuto che “lo aveva saputo ieri (il giorno delle perquisizioni, ndr)”. Il giornalista ha concluso che il Presidente fosse venuto a conoscenza dei fatti attraverso gli organi di stampa.

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    “Perché? Perché fare una cosa simile?! Lunedì va in Francia (per incontrare il neoeletto presidente Emmanuel Macron, ndr). A che cosa Le serve?!” ha rincarato la dose Mironov. “È una cretinata, vero” ha risposto inaspettatamente Putin.

    Come hanno scritto altri canali anonimi di Telegram, specializzati nelle informazioni riservate, la direttiva di continuare a trattare Kiril Serebrennikov come testimone è arrivata da Aleksandr Bastrykin in persona, direttore del Comitato investigativo russo. “In mattinata le idee erano chiare: o lo mettevano dentro o non gli permettevano di lasciare il Paese. Nel corso della giornata però, quando è stato portato all’interrogatorio, l’ordine di ‘ritirata’ è arrivato dai piani alti del Comitato. Che succede, viene da chiedersi. È una cretinata, come si dice”, si legge sul canale.

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