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  • Elezioni Francia: è così scontata la vittoria di Macron?

    Giornali locali in Francia il giorno dopo le votazioni. Fonte: Reuters

    In caso di vittoria al ballottaggio, Macron inaugurerà nei confronti della Russia una politica di chiusura ancora maggiore rispetto all’attuale presidente François Hollande: è questa la convinzione degli analisti russi, intervistati da Rbth a poche ore dalla chiusura dei seggi per l'elezione del nuovo Presidente francese.

    Al ballottaggio infatti sono finiti il centrista Emmanuel Macron (23,75%) e il leader del Fronte nazionale Marine Le Pen (21,53%). Nonostante il vantaggio di Macron, candidato meno disponibile al dialogo con Mosca, secondo gli esperti la vittoria non è così ovvia e all’Eliseo potrebbe approdare Marine Le Pen che sembra più aperta nei confronti della Cremlino.

    Macron e il pugno duro con Mosca

    Nonostante si sia presentato come un volto nuovo della politica, lontano dalle tradizionali opposizioni tra destra e sinistra, Emmanuel Macron è il candidato mainstream dell’establishment francese: così lo definisce Yurij Rubinskij, direttore del Centro di ricerche francesi dell'Istituto europeo dell'Accademia russa delle Scienze, intervistato da Rbth. Lo dimostrerebbe, secondo l’esperto, il fatto che alcuni candidati come il socialista Benoît Hamon e il repubblicano François Fillon, abbiano deciso, dopo la sconfitta nel primo turno, di supportare Macron. Il centrista è un candidato di sintesi appoggiato da varie fazioni politiche. Sembra una sorta di costruzione Lego, secondo Andrej Suzdaltsev, vicedirettore del Dipartimento di politica ed economia mondiale dell’Alta Scuola di Economia di Mosca. In Francia mette d’accordo i socialisti e i centristi e in quanto globalista è orientato ai centri del potere più consolidati: Washington e Berlino.

    L’esperto non ha dubbi che Macron sarà in linea con la politica estera tedesca, che non è di certo tenera con la Russia. Pertanto ci sono buone probabilità che il Presidente Macron sia ancora più ostile verso Mosca del suo predecessore Hollande. Allo stesso tempo gli esperti affermano che Macron è sostanzialmente un pragmatico tecnocrate che dovrà fare i conti con le sue reali possibilità e pertanto difficilmente estremizzerà i rapporti con il Cremlino.

    Emmanuel Macron. Fonte: Reuters

    Le Pen e la Francia come grande potenza

    I rapporti con la Russia non sono comunque al primo posto nell’agenda dei politici francesi. Secondo Rubinskij la linea di demarcazione tra Macron e Le Pen passa per le categorie di “globalismo/patriottismo”, “progressismo/conservatorismo”.

    Per Suzdaltsev invece ci sono differenze radicali tra i due candidati: “Le Pen offre la possibilità di far riemergere la Francia dal 'vortice che la sta risucchiando come grande potenza'. Secondo l’esperto infatti negli anni l’Eliseo ha svolto un ruolo sempre meno rilevante nello scenario internazionale.

    Le chance di vittoria di Le Pen

    Gli analisti ritengono che nonostante Macron sia il favorito al ballottaggio non si può escludere del tutto un colpo di coda della leader del Fronte Nazionale. Per tutti è ancora fresco il ricordo dell’elezione di Donald Trump alle presidenziali americane, quando la stragrande maggioranza degli osservatori era già sicura della vittoria di Hillary Clinton.

    Marine Le Pen. Fonte: Reuters

    In caso di vittoria, Le Pen sarebbe ben disposta nei confronti della Russia, affermano gli esperti, ricordando la sua recente visita a Mosca e l’incontro con il Presidente Vladimir Putin. Allo stesso tempo, aggiungono, Le Pen non diventerebbe un’emanazione della volontà del Cremlino, ma perseguirebbe una politica autonoma. Ci sono alcuni fattori che potrebbero contribuire a un esito positivo per la leader del Fronte Nazionale: secondo Rubinskij è determinante il fatto che uno dei candidati principali al primo turno, il radicale Jean-Luc Mélenchon, leader del movimento “La France Insoumise” che ha ottenuto quasi il 20% dei voti, non abbia intenzione, almeno pubblicamente, di appoggiare uno dei due candidati. I suoi elettori invece potrebbero sostenere Le Pen come politico fuori dal sistema. Rubinskij osserva che la leader otterrà di sicuro una parte dei voti destinata agli altri candidati sconfitti, sia di destra che di sinistra. Per quanto riguarda questi ultimi si tratta della sinistra radicale, le persone degli strati più popolari. “Una parte significativa dei gruppi socialmente a rischio e degli elettori delusi voterà per il Fronte Nazionale in segno di protesta”, conclude l’analista.

    Anche Suzdaltsev concorda sulla riserva di voti elettorali di Le Pen e punta anche l’attenzione sul 20% di elettori che non è andato alle urne per votare domenica scorsa. Tra coloro che non hanno dato il proprio contributo elettorale ci sono anche sostenitori del Fronte Nazionale e secondo l’esperto molti potrebbero mobilitarsi per il ballottaggio. È un comportamento elettorale particolare, dettato dall’esigenza di non proclamare le proprie simpatie politiche a causa della reputazione del partito di Le Pen all’interno della società francese. Al secondo turno però, quando gli animi politici saranno ancora più infervorati, potrebbero decidere di esercitare il proprio diritto di voto. Igor Bunin, presidente del fondo “Centro delle tecnologie politiche” ritiene che a favore di Le Pen potrebbe giocare l’astensione degli elettori di destra che non voteranno per il centrista Macron.

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  • Gorbachev: "Si manifestano tutti i segnali di una Guerra fredda"

    L'ultimo leader dell'Urss Mikhail Gorbachev. Fonte: Reuters

    “La retorica dei politici e dei vertici militari si fa sempre più bellicosa e le dottrine si concretizzano in formule sempre più aspre… Si manifestano tutti i segnali di una Guerra fredda”. In più occasioni Mikhail Gorbachev aveva lanciato l’allarme sul rischio di una nuova Guerra fredda. E nei giorni scorsi l'ultimo leader dell'Urss è tornato a ribadirlo in una recente intervista rilasciata al giornale tedesco Bild.

    E a proposito delle infinite allusioni alla Guerra fredda evocate attualmente, il politologo Sergej Lukyanov avverte: “A un certo punto questa idea è diventata come 'l’attenti al lupo!' della famosa fiaba per bambini. Ma oggi il Presidente dell’Urss ha ragione”.

    La retorica dei rappresentanti della Russia e degli Stati Uniti appare effettivamente meno contenuta e i leader parlano di una perdita di fiducia reciproca. E sebbene gli esperti ravvisino una serie di sconfortanti analogie, sono in molti a ritenere che la situazione odierna sia ancora meno stabile di quella dell’epoca della Guerra fredda.

    Si può parlare di una nuova Guerra fredda?

    L’affinità principale tra la vecchia Guerra fredda e la fase in cui ci troviamo oggi risiede nell’inasprimento della situazione geopolitica nel mondo e nel divampare di tensioni che sfociano in conflitti in diverse parti del pianeta, in primo luogo in Siria e in Ucraina.

    Ma persino in una situazione come questa in cui tra Russia e Stati Uniti cresce un clima di sfiducia, l’assenza di una contrapposizione sul piano ideologico induce gli esperti a escludere la possibilità che si tratti davvero dell’inizio di una nuova Guerra fredda.

    “La principale differenza risiede nel fatto che allora i due mondi erano largamente isolati l’uno dall’altro, mentre oggi […] abbiamo in larga misura condiviso la stessa visione del mondo”, sostiene Mark Galeotti, ricercatore presso l’Istituto di relazioni internazionali di Praga

    A detta dell’esperto, oggi non si può parlare dell’inizio di una nuova Guerra fredda, nonostante la presenza di innumerevoli segnali che potrebbero essere interpretati come avvisaglie del ritorno di una fase di conflitto globale.

    Tuttavia, questo non è l’unico tratto che contraddistingue la nuova epoca da quella che i russi e gli americani hanno vissuto nella seconda metà del XX secolo. “La Russia e gli Usa sono tuttora le maggiori potenze nucleari del mondo, ma il ruolo del potere duro della forza militare si è ridotto negli ultimi tre decenni”, afferma a Rbth Boris Stremlin, professore di relazioni internazionali e studioso di storia della Guerra fredda.

    “Il comune livello di forza delle due parti non è più commensurabile, ma ciò che conta è che nell’attuale sistema internazionale ci sono sempre più giocatori che né gli Stati Uniti, né la Russia sono in grado effettivamente di disciplinare”, dichiara Stremlin

    In altre parole Russia e Usa non possono più risolvere concretamente i problemi basandosi su una logica bilaterale, senza coinvolgere gli altri giocatori che possiedono un’influenza a livello globale o regionale. L’epoca delle decisioni adottate dopo negoziati vis-à-vis è tramontata con il crollo dell’Urss, e una reale risoluzione delle situazioni di crisi oggi richiede il coinvolgimento del maggior numero possibile di parti interessate. A detta degli esperti, questa peculiarità rappresenta attualmente una tale quantità di rischi e incognite che si preferisce inconsciamente aggrapparsi alla Guerra fredda come a un punto di riferimento sicuro.

    “Frasi e… basi”, Viktor Govorkov, 1952. Collezione della Biblioteca russa di Stato di Mosca. Fonte: Getty Images

    Ritorno al futuro

    “L’ironia della situazione sta nel fatto, che sebbene l’Occidente sia tornato a utilizzare gli stereotipi della Guerra fredda per rappresentare la Russia come una minaccia, il concetto stesso di Guerra fredda non è che un palliativo per trovare dei punti di riferimento sicuri in un mondo che oggi appare assai più confuso e difficile da interpretare”, sostiene, intervistato da Rbth, Anton Fedyashin, direttore dell’Istituto di Cultura e storia russa dell’Università di Washington.

    Nel mondo contemporaneo, dove incombe su tutti senza eccezione la minaccia del terrorismo, “l’universo bipolare della Guerra fredda appare come un periodo di relativa stabilità in cui il nemico era identificabile e accessibile attraverso la diplomazia. I conflitti odierni risultano assai più indefiniti e incerti”, afferma Fedyashin.

    Nonostante la retorica aggressiva dell’epoca della Guerra fredda, Stati Uniti e Urss si trovavano sostanzialmente d’accordo su come governare collettivamente il mondo, mentre oggi la ragione principale del ritorno a un conflitto tra le due potenze è che nessuno sa come si possa continuare a governare il mondo e ciò provoca delle tensioni”, dichiara Stremlin.  

    Una delle questioni nodali dell’attuale congiuntura è se i leader odierni in Occidente e in Russia riusciranno a elaborare un nuovo sistema di contenimento delle situazioni di crisi e persino di cooperazione, avverte Lukyanov. Ma, a quanto sembra, mentre gli esperti e gli studiosi parlano della necessità di una cooperazione, i politici continuano a giocare alla Guerra fredda 2.0.

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  • Corea del Nord, Mosca contraria alle sanzioni

    Mosca si dice contraria alle sanzioni contro la Corea del Nord. Lo ha dichiarato alla stampa il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, il quale ha detto che si tratterebbe di “un approccio irrazionale senza prospettive”.

    Secondo Peskov sarebbe invece necessario “portare avanti gli sforzi politici e diplomatici per risolvere la questione nordcoreana anche con formati internazionali, che si sono rivelati efficaci”.

  • Siria, le ragioni dietro al veto della Russia all'Onu

    Il vice rappresentante permanente della Russia all’Onu, Vladimir Safronkov, 12 aprile 2017. Fonte: Reuters

    La Russia ha posto di nuovo il veto alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu sulla Siria che questa volta riguardava le accuse lanciate contro il regime di Assad per il presunto attacco con armi chimiche compiuto contro il suo popolo. La discussione sul documento è ripresa dopo i bombardamenti americani in Siria del 7 aprile e il vertice dei capi dei dicasteri di politica estera della Russia e degli Usa. Sergej Lavrov e Rex Tillerson avevano dichiarato di essersi accordati su un riesame della situazione. Tuttavia, alla seduta dell’Onu ha dominato un clima di scontro.

    Qual è il contenuto della risoluzione?

    Il documento è stato presentato da tre paesi: Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna e riguardava il presunto utilizzo di armi chimiche in Siria nella città di Khan Shaykhun (nella provincia sud di Idlib) il 4 aprile scorso. Come si legge nel rapporto del governo degli Usa, l’esercito di Bashar Assad avrebbe usato il gas sarin “contro l’opposizione per evitare la perdita di un territorio ritenuto cruciale per la sua sopravvivenza”. Secondo i servizi segreti americani, l’attacco avrebbe provocato un numero di 50-100 vittime tra la popolazione locale. Gli Stati Uniti sono convinti che l’azione non sia stata messa a segno dall’opposizione.

    La bozza di risoluzione mirava a ottenere dalle autorità siriane tutte le informazioni sulle azioni aeree compiute nel giorno dell’attacco su Khan Shaykhun. Damasco avrebbe dovuto rivelare i nomi “di tutti i comandanti di tutti i velivoli” e convocarli e aprire anche l’accesso alle basi militari da cui sarebbe potuto partire l’attacco. Nel caso di una conferma dei sospetti, la Siria rischiava di essere colpita da sanzioni e di subire un intervento militare.

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    La risoluzione non è stata accolta. Perché?

    Il 12 aprile 10 membri del Consiglio di Sicurezza hanno votato a favore del documento, mentre Russia e Bulgaria si sono dichiarate contrarie. Altri tre membri del Consiglio – Cina, Etiopia e Kazakhstan – si sono astenuti. Benché la bozza di risoluzione avesse ottenuto la maggioranza dei voti necessari per la sua approvazione, la Federazione Russa, in quanto membro permanente, è ricorsa al diritto di veto.

    Il rappresentante permanente della Gran Bretagna, Matthew Rycroft, ha dichiarato che la Russia “ha abusato” del diritto di veto, difendendo il governo siriano. Il vice rappresentante permanente della Russia all’Onu, Vladimir Safronkov, ha replicato che Londra “serve gli interessi dei gruppi armati, molti dei quali sgozzano i cristiani e le altre minoranze in Medio Oriente”.

    Qual è l’opinione della Russia sulla risoluzione?

    La Russia è contraria alla risoluzione che considera “incoerente”. Consentire la sua attuazione equivarrebbe “di fatto a legittimare l’attacco missilistico degli Usa contro la Siria”, compiuto in violazione del diritto internazionale, vale a dire prima dello svolgimento di un’inchiesta e prima che venissero adottate delle sanzioni da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ha spiegato Vladimir Safronkov, chiarendo la posizione russa.

    Il suo intervento alla seduta dell’Onu è stato memorabile. Safronkov ha reagito con durezza alle parole di Rycroft, che ha accusato Mosca per il suo “sostegno irresponsabile” al regime di Assad che è “un assassino e un criminale” e aggiungendo che Mosca “ha perso la fiducia”, anche se il Cremlino potrebbe fare ancora in tempo a ricredersi.

    “Tutto il problema sta nel fatto, come ormai è risaputo all’Onu, che l’idea che potremmo cooperare con gli Stati Uniti vi spaventa e vi fa perdere il sonno. Lo temete e fate di tutto per minare un’intesa reciproca”, ha dichiarato Safronkov, rivolgendosi direttamente al diplomatico britannico con il “tu”. Dopo di che richiamando la sua attenzione gli ha detto: “Guardami, guardami negli occhi, perché distogli lo sguardo?”.

    Più tardi il Cremlino ha dichiarato ritenere l’intervento di Safronkov del tutto accettabile. “Non è stato detto niente di offensivo. […] Una manifestazione di debolezza potrebbe produrre in futuro conseguenze assai deplorevoli”, ha commentato il portavoce del Presidente della Federazione Russa Dmitrij Peskov.

    Alla Russia non è piaciuta la risoluzione della “troika”, ma cosa ha proposto in alternativa?

    Oltre a quella della risoluzione della troika sono state presentate al Consiglio di Sicurezza altre due bozze. Una di esse era una versione “di compromesso” della risoluzione proposta da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. In tale versione la richiesta di rendere note tutte le informazioni sui voli e sull’accesso alle basi militari veniva sostituita dalla richiesta di “offrire piena collaborazione” al gruppo d’indagine e all’Onu.

    La terza bozza era quella proposta dalla Russia. In sostanza chiedeva l’avvio di un’indagine “senza designare i colpevoli prima di aver verificato i fatti”. La Federazione Russa aveva proposto di inviare sul posto, a Khan Shaykhun, degli esperti dell’Onu e dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche.

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    Quali ripercussioni ci saranno?

    Con ogni probabilità nessuna. È già l’ottava volta che la Federazione Russa blocca una risoluzione dell’Onu sul conflitto siriano e ogni volta questa decisione non ha prodotto alcuna seria conseguenza. “La stessa tribuna dell’Onu ormai da un pezzo è più che altro un grande forum di dibattito, una sorta di parco scuola internazionale”, sostiene Evgenij Minchenko, direttore dell’Istituto internazionale di analisi politiche. A suo avviso, più passa il tempo e meno l’Onu è in grado di prendere decisioni concrete, pur essendo questa tribuna un meccanismo necessario.     

    “Sapevamo in anticipo che sarebbe stato posto il veto a questa bozza di risoluzione. E la domanda allora è: che senso ha?”, ha chiesto il diplomatico boliviano nel suo intervento alla seduta, avanzando l’ipotesi che si sia trattato di un mezzo dell’Occidente per influire sui negoziati tra Stati Uniti e Russia. Ma a detta di Andrej Suzdaltsev, vice preside della Facoltà di Economia e politica internazionale dell’Alta Scuola di Economia di Mosca, si tratta prevalentemente di una “grande illusione”, anche se qualcuno dei partner occidentali ritiene di poter esercitare delle pressioni sulla Russia, isolandola.

    “Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu oggi è l’unica piattaforma nel sistema di relazioni internazionali dove si possano avanzare tutte le proprie richieste, presentando le proprie argomentazioni. E tra l’altro è un bene che tutti cerchino di parlare apertamente. Anche i nostri partner non hanno dato prova, del resto, di un particolare autocontrollo. La diplomazia talvolta lascia il posto alle polemiche e ciò qualche volta può risultare utile”, conclude Suzdaltsev. 

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    Il segretario di Stato Usa Rex Tillerson, a sinistra, e il ministro russo degli Esteri Sergej Lavrov. Fonte: Reuters

    Le relazioni tra Russia e Stati Uniti sono molto peggiorate, come ha ammesso Vladimir Putin alla vigilia dei colloqui di Mosca tra il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov e il segretario di Stato Usa Rex Tillerson. Intervistato dal canale televisivo Mir 24, il Presidente della Federazione Russa ha dichiarato che il livello di fiducia tra Mosca e Washington a distanza di qualche mese dall’insediamento di Donald Trump alla presidenza si è “alquanto deteriorato”, persino rispetto all’ultimo periodo dell’amministrazione Obama, quando i politologi avevano parlato di un ritorno alla retorica e allo spirito della “guerra fredda” nei due paesi.

    Da Lavrov a Putin

    Le dichiarazioni di Tillerson alla vigilia della sua visita a Mosca sono risuonate ugualmente aspre: il segretario di Stato aveva esortato la Russia a scegliere da quale parte stare nel conflitto siriano, al che il Ministero degli Esteri russo aveva replicato che “era inutile recarsi in Russia con degli ultimatum”. Dagli Stati Uniti era stato pubblicato un rapporto secondo il quale la Russia avrebbe cercato di nascondere la sua corresponsabilità nell’attacco chimico del 4 aprile, e il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, aveva definito a sua volta infondate tali accuse.

    Fino al giorno precedente ai colloqui non era ancora ben chiaro se Putin avrebbe ricevuto il segretario di Stato Usa al Cremlino e se la sua visita si sarebbe limitata a un incontro ufficiale con Sergej Lavrov: Peskov l’11 aprile aveva dichiarato che nell’agenda di Putin non figurava nessun appuntamento con Tillerson. Alla fine il Presidente della Russia ha incontrato il diplomatico americano il 12 aprile, dopo il colloquio con Lavrov.

    I contrasti sulla Siria e sulle armi chimiche

    Il giornale Kommersant, citando fonti informate sull’andamento degli incontri, scrive che l’attenzione dei politici si è focalizzata sulla questione siriana. A giudicare dalle dichiarazioni sugli esiti dei colloqui, rilasciate da Lavrov e Tillerson alla conferenza stampa, permangono ancora dei contrasti sugli approcci, ma le due parti sembrano intenzionate a dialogare.

    Il colloquio tra il ministro russo degli Esteri Sergej Lavrov e il segretario di Stato Usa Rex Tillerson. Fonte: ZUMA Press/Global Look Press

    Tillerson ha ribadito che il governo di Bashar Assad si sta avviando alla fine e che il compito della Russia è quello di far prendere atto al suo partner siriano di questa realtà. Lavrov, a sua volta, ha espresso dei dubbi sull’efficacia della lotta che gli Usa stanno combattendo contro gli islamisti di Al Nusra in Siria. “Esiste il fondato sospetto che si stia continuando a proteggere “Al Nusra” per poter poi rovesciare a un certo punto Assad con la forza”, ha detto il ministro. Discordanti sono anche le valutazioni sull’attacco chimico del 4 aprile: gli Stati Uniti sono convinti che nell’azione sia coinvolto il regime di Assad, mentre la Russia esorta a tener conto della presunzione d’innocenza in attesa del rapporto dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche.

    “Un basso livello di fiducia”

    Al contempo i due diplomatici hanno definito produttivi i colloqui intercorsi. Lavrov ha dichiarato che la Russia è pronta a ripristinare il Memorandum sulla prevenzione degli incidenti nei cieli siriani (il documento era stato sospeso da Mosca dopo l’attacco Usa alla base dell’aviazione siriana del 7 aprile). Il ministro ha dichiarato che i due paesi istituiranno un gruppo apposito, formato da rappresentanti del Ministero degli Esteri russo e del Dipartimento di Stato americano, per l’analisi dei problemi esistenti nelle relazioni bilaterali.

    Rex Tillerson ha osservato che le relazioni tra i due paesi attualmente sono molto peggiorate e che occorre migliorarle. 

    “Il livello di fiducia tra i nostri due paesi è basso e le due maggiori potenze nucleari del mondo non possono intrattenere questo tipo di rapporti”, ha detto Tillerson 

    Il politologo Fedor Lukyanov, direttore della rivista Rossiya v globalnoj politike, ritiene un esito positivo il recupero della dinamica dei rapporti tra i due paesi. “Per il resto non ho rilevato nessun avvicinamento. A mio avviso, la parte americana ha scelto attualmente di adottare una linea estremamente dura, persino nelle relazioni con la Russia. Per l’amministrazione Trump è importante dimostrare che è l’America il leader” ha dichiarato Lukjanov nell’intervista a Rbth.

    Il segretario di Stato Usa Rex Tillerson. Fonte: Reuters

    Anche Timofej Bordachev, direttore del Centro di Studi europei e internazionali complessi dell’Alta Scuola di Economia di Mosca, ritiene che non si possa parlare di un progresso nelle relazioni Russia e Usa poiché esistono contraddizioni troppo profonde.  Al contempo, a detta di Bordachev, la visita di Tillerson ha avuto almeno un lato piacevole per il Cremlino: “Per la prima volta da molto tempo gli Stati Uniti non hanno finto di interferire negli affari interni del nostro paese: Tillerson non ha incontrato i rappresentanti dell’opposizione russa e la visita è stata strettamente riservata ai temi della politica internazionale”.

    La reazione di Trump

    Oltre che della Siria, Lavrov e Tillerson hanno discusso del problema della Corea, ribadendo l’impegno della Repubblica popolare democratica di Corea e dell’Ucraina a non usare armi nucleari (sottolineando la necessità del rispetto degli accordi di Minsk-2) e della cooperazione bilaterale tra Russia e Usa. “Con me Tillerson non ha minacciato sanzioni”, ha rilevato Lavrov alla conferenza stampa. Ma tuttavia, non è neppure stata discussa la possibilità di annullare le sanzioni già esistenti contro la Russia.

    Reazioni ai colloqui di Tillerson a Mosca sono giunte anche da Trump, impegnato il 12 aprile in un incontro con il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg. Trump ha definito il lavoro di Tillerson prodigioso e ha ribadito che sarebbe opportuno migliorare i rapporti con Mosca, anche se i risultati al riguardo appaiono incerti. “Sarebbe magnifico se la Nato e il nostro paese potessero andare d’accordo con la Russia. Ora le cose non sembrano proprio andare in questa direzione”, ha detto Trump

    Secondo Bordachev, le dichiarazioni contraddittorie che giungono da Washington (la settimana scorsa Trump aveva criticato aspramente la Russia) dimostrano quanto sia difficile parlare di una linea univoca dell’amministrazione Trump in politica estera. “L’amministrazione Trump sta ancora cercando di delineare un orientamento coerente, esistono molti conflitti al suo interno tra gruppi e singoli esponenti - ha concluso Bordachev -. Per ora è difficile ravvisare una vera coerenza”.

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